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mercoledì 5 giugno 2013

Poliziotti e l’aggravante di esserlo: il fusibile della società è in divisa e quando arriva il sovraccarico, lo si butta via. Ma le cose stanno davvero così?

Dopo le condanne per l'omicidio dell'agente PL Nicolò Savarino a Milano e dell'appuntato Antonio Santarelli a Grosseto e del brigadiere Corbeddu a Nuoro, dopo la condanna del poliziotto del 7° Reparto Mobile a Bologna e tanti altri episodi, un articolo da non perdere per gli amici in divisa e anche gli altri.
 

di Lorenzo Borselli*
 
È molto difficile aprire bocca e parlare, esprimere un’opinione insomma. C’è sempre qualcuno che fraintende o che mal interpreta o che gira la frittata e a proposito di uova, visto che ci camminiamo sopra, vediamo di stare attenti.
Parliamo della giustizia contro le divise. Parliamo, cioè, della stranissima sensazione che si ha, a leggere la cronaca italiana e nel fare il mestiere di poliziotto, di non avere più alcuna funzione sociale e, anzi, di essere ormai considerati una sorta di nemici della società. 
Nemici dei giovani, dei lavoratori, dei deboli ma anche dei ricchi.
A ben considerare, essere poliziotti – o più genericamente, vestire una divisa – è diventata persino una specie di aggravante, un elemento cioè che accompagnando necessariamente l’azione illecita diviene motivo d’inasprimento della pena e, come tutti i casi in cui le circostanze aggravanti siano accertate, si ha un aumento di condanna o l'applicazione di una sanzione diversa e comunque più grave.

Cerchiamo di evitare il più possibile di citare casi specifici, perché il rischio è quello di venire scambiati per provocatori (come la cronaca recente ci insegna), ma il malessere che ormai serpeggia tra le nostre fila è talmente evidente che il rischio di perdere il senso dell’orientamento è fortissimo.
La domanda è: cosa sta accadendo?
Chi vive il mestiere e riesce ancora a trovare una motivazione nonostante i tagli alle risorse, i blocchi degli stipendi e un rapporto con la Giustizia che diventa ogni giorno più difficile, non ha dubbi: lo sbirro è come un fusibile e la sua funzione è certamente quella di proteggere il circuito dalle sovracorrenti, ma quando la sovracorrente arriva e fonde il filamento di cui il fusibile si compone, quest’ultimo non serve più e lo si butta. 
In tutte le società civili chi veste una divisa non può sopraffare nessuno: non deve picchiare, non deve rubare, non deve truffare né dire il falso, pena la perdita della funzione e la caduta dell’onore e del prestigio che dovrebbe contraddistinguerlo.
Ma allo stesso modo, chi picchia, chi ruba, chi truffa e dice il falso dovrebbe soggiacere alle stesse valutazioni, anche se (e sottolineiamo l’uso dell’avverbio “anche” invece del più tentatore “soprattutto”) la vittima è proprio un difensore di quei valori supremi del vivere sociale.

Stiamo dicendo che non è solo un’impressione quella che il poliziotto paghi un conto più salato di quello che invece dovrebbe essere. Anzi: sembra che il processo si concluda ancor prima di cominciare, proprio perché l’imputato è un poliziotto e, quindi, ha torto a prescindere, come se la sopraffazione e la violenza fossero un atto insito di quel mestiere lì. Come se avesse alla fine davvero avuto ragione l’inventore dell’acronimo ACAB, che ci bolla tutti come bastardi.
Molti di noi da quando hanno indossato la divisa, hanno da sempre avvertito una sorta di doppiezza viscida da parte della società: quando acchiappi senza colpo ferire il ladro che ha rubato loro la macchina, ti chiedono di pestarlo. Ah, io non potrei fare il tuo mestiere, perché gli sparerei dritto in faccia a quel bastardo.
Perché il bastardo è lui, il ladro.
Quando il ladro è loro figlio, o parente o amico, allora ti sputano addosso. Sei un bastardo, se non avessi quella divisa te la farei vedere io…
In ogni caso, in nome di una sorta di irrefrenabile e intollerante rancore nei confronti delle istituzioni, tu fai sempre la cosa sbagliata anche se sei convinto di averla fatta giusta. E ciò che è giusto per una certa parte di società, quella a cui hanno rubato la macchina, è ingiusto per l’altra parte, quella il cui figlio o parente o amico, è accusato di essere il ladro.


L'agente Nicolò Savarino


L'appuntato Antonio Santarelli


 Nicolò Savarino, il vigile urbano ucciso a Milano, è stato investito da un 15enne pluripregiudicato alla guida di un’auto rubata: al killer, minore, sono stati comminati 15 anni. 
La procura ne aveva chiesti 26, ma sulla determinazione della pena hanno poi influito tutte le attenuanti possibili, tra cui la bassa scolarizzazione e il disagio nel quale il baby criminale è venuto su.
Noi, viviamo questa sentenza come un’offesa alla memoria del collega caduto, ma il processo penale minorile è fatto così e per quanto si possa essere o meno d’accordo, il fine ultimo della giustizia per i minori è quella di recuperare il reo. 
Giustizia è fatta? Lo Stato che è stato così indulgente farà di tutto per recuperarlo, quel reo in erba?
Insomma, l’omicidio volontario di un poliziotto può valere solo 15 anni?
Vedete, se rispondessimo “si”, ci accusereste e se rispondessimo “no”, in questo contesto, ci battereste le mani e sarebbe facile, per noi, decidere quale populistica e ipocrita versione assumere.

Ogni volta che ci troviamo a commentare le cifre spaventose delle aggressioni subite, silenziosamente, dalle forze di polizia (2.290 nel 2012, secondo l’osservatorio “Sbirripikkiati” dell’ASAPS), qualcuno porta ad esempio dell’impunità le condanne seguite all’uccisione di Antonio Santarelli, carabiniere deceduto dopo un anno di coma, e al ferimento del suo collega Domenico Marino, rimasto cieco a un occhio. I due militari vennero aggrediti a tradimento da 4 giovani, di cui tre minorenni: il maggiorenne è stato condannato all’ergastolo, ma per i suoi tre complici le condanne saranno certamente più miti. Un ergastolo c’è, ma nell’immaginario collettivo è noto solo il messaggio che gli assassini l’hanno fatta franca. 
Alcuni recenti fatti avvenuti a Bologna, dei quali facciamo solo un accenno, hanno avuto come conseguenza una simbolica reazione della polizia: durante una carica, un manganello del VII Reparto Mobile colpisce una manifestante dei centri sociali, che perde quattro denti. La tensione è altissima: un poliziotto viene accusato di lesioni gravissime e la procura chiede la condanna a tre anni senza condizionale e senza attenuanti generiche.

La pena è stata più mite rispetto alla richiesta del PM: un anno e 4 mesi, spese processuali e risarcimento di 20mila euro alla ragazza, tutte a carico dell’agente, che si professa innocente e che sarebbe stato riconosciuto dallo scudo. Il tutto, mentre, fuori del palazzo di giustizia, gli amici della vittima avevano inscenato sit-in musicali ad alto volume e appeso striscioni ove si parlava di omertà di polizia. I colleghi del condannato, al momento di tornare in piazza, si sono dati tutti malati.
Perché il PM non vuole attenuanti? Perché non vuole la condizionale? 
Non conta che gli agenti non si addestrino più? Non conta lo stress che un agente accumula in anni di ordine pubblico? 
E se il brigadiere Giuseppe Giangrande avesse sparato per primo a Luigi Preiti, a Montecitorio, e se fosse quest’ultimo a giacere paralizzato in un letto d’ospedale, avremmo assistito a un nuovo caso Carlo Giuliani?
A rivedere tutti questi casi, viene da pensare che la risposta sia più semplice di quanto si possa pensare.
La società è fatta di mondi diversi, che hanno smesso di comunicare tra loro da tanto tempo. Negli anni ’70 l’odio per la polizia non era un odio da stadio e un film come ACAB avrebbe avuto un copione del tutto diverso. 
Parliamo allora di giustizia e polizia: i pubblici ministeri vengono a contatto con gli agenti solo quando c’è da discutere al telefono di un arresto in flagranza. Certo, con gli investigatori è diverso perché con loro il rapporto è quotidiano, ma tutti noi in divisa ricordiamo bene quella sensazione strana che si ha quando bisogna cercare di convincere un PM in piena notte, dall’altro capo del telefono, che l’arresto che abbiamo fatto è necessario e non eseguito per compiacere il nostro capo o per soddisfare una personalissima esigenza di giustizia. Spesso il rapporto finisce lì.

E quando veniamo citati come testi in processi lontani, per dire cose che ci sembrano ovvie,  ci sembra soprattutto una scocciatura, dimenticando che tutto il nostro lavoro ha un senso solo se il processo accerta la verità.
Ecco, qui il cortocircuito è arrivato: la videoconferenza la si fa fare al boss o alla terrorista ma non a noi poveri sbirri e così ci tocca anticipare il biglietto di seconda classe e della stanza d’albergo.
Nello stesso modo, il magistrato è lontano dai nostri problemi professionali. Non sa che fronteggiare per anni folle inferocite che sputano, offendono e ci sfidano comporta stress altissimi e non sa, forse perché nessuno glielo dice, che nessuno ci addestra più e che comprare un codice penale aggiornato è ormai fuori dalle nostre possibilità economiche.
Non ci parliamo e così può capitare che i poliziotti pensino di essere visti come nemici dai giudici e che i giudici pensino ai poliziotti come a una categoria soggetta ad approfittarsi (diciamo così) delle proprie funzioni.
Su questo dobbiamo rassegnarci: se commettiamo errori, il giudizio sarà più severo, è normale. 
Ma cominciare a parlare, tra tutti noi mondi diversi, potrebbe davvero servire e quando tutti discuteremo reciprocamente su chi siamo e su cosa dobbiamo fare, anche le pagine più oscure come quelle scritte a Genova, che probabilmente pesano tantissimo su ciò che siamo oggi noi in divisa, potranno finalmente essere archiviate.

(*) Lorenzo Borselli
Responsabile ASAPS per la Comunicazione

17 commenti:

  1. L'articolo di cui sopra rispecchia in pieno quello che stiamo vivendo noi appartenenti alle FF.OO...Secondo me la ricetta è una sola ed è quella che vado ripetendo da molto tempo...DOBBIAMO FARCI GLI AFFARI NOSTRI...non dobbiamo più sacrificarci per nessuno perché nessuno merita il nostro sacrificio. Anche stando in Pattuglia come me si può fare, basta un pochino di furbizia e ci guadagneremo in salute. Colleghi date retta a me, pensiamo solo allo stipendio che seppur misero è garantito...

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    1. @ Fabrizio RM: Non ti conosco di persona (forse) ma il solo fatto che tu commenti questi nostri scritti attestano che il senso del dovere ce l'hai ancora. E' vero, Fabrizio, viviamo uno dei momenti più neri della nostra storia civile ma sono sicuro che tu continuerai a lavorare come hai sempre fatto, perché ci sarà sempre qualcuno, anche uno solo, a cui il tuo lavoro salverà la vita. E quando la nostra classe politica riscoprirà un maggior senso civico, anche la società le andrà dietro, ne sono sicuro.

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    2. Caro Lorenzo hai ragione....sono 18 anni che sto alla Stradale e sono 18 anni che faccio Pattuglia, senza neanche un giorno di ufficio...ora io ti chiedo a cosa sono serviti questi anni ?...risposta, secondo me a niente, qui le cose peggiorano di anno in anno. Noi "anziani" da giovani abbiamo fatto la gavetta e continuiamo a farla...il merito ?...merito di questi nuovi assunti che non rispettano niente e nessuno, che prima di sapere di Codici e Leggi sanno a menadito i loro diritti, qui ormai trovi gente con 5 e dico 5 anni di servizio che quando gli fai notare alcune cose ti risponde che lui all'Amministrazione ha già dato (è successo a me e mi sono incazzato come una bestia) e poi quando vai dai Comandanti o Dirigenti che dir si voglia a far notare alcune cose ti rispondono che sei poco comprensivo (altra esperienza personale). La Polizia ormai si regge su poche persone di ancora buona volontà ma anche queste si stanno stancando, io sono stanco. Ora, tutto quel che c'è scritto nell'articolo (tutto vero) più quello di cui sopra è normale che possano portare lo scazzo in alcuni colleghi. Mi dispiace ma uno dei miei due remi è già sulla barca...l'altro si sta sollevando...un caro saluto...

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    3. Quanto ti capisco, Fabrizio. Ma il remo, almeno uno, lascialo in acqua. Ci sono tantissime persone, te lo garantisco (ma già lo sai), che approvano silenziosamente l'amore per il prossimo che tanta gente in divisa ancora mette in ciò che fa. A nome di tutti loro, grazie per i tuoi 18 anni sulla strada!

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    4. Scusa Lorenzo ma non ho mai conosciuto una di queste persone che dici tu....ciao

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  2. concordo pienamente con l'articolo!
    Tuttavia l'unica cosa che ancora non mi fa propendere per la mobilità presso qualche ufficio del mio Comune (sono un agente di polizia locale) è il fatto che in questo lavoro ci credo ancora. E' pur vero che se "ragiono" analizzando i pro e i contro (o analizzo costo/benefici come si fa nel privato e come ci voglio abituare a fare anche nel pubblico) NON è UN MESITERE DA FARE.
    Concludo dicendo che, chi è "alle leve del comando" sta probabilmente sbagliando a manovrare e che se continua così ci porterà tutti verso il baratro. Se “il timoniere” non ritiene di tutelare (punire anche più pesantemente) i suoi controllori che sono le divise, forse non ha capito che non farà molta strada e che la libertà delle persone deve avere delle regole e chi le fa rispettare, altrimenti la natura dell'uomo si sa quale è........
    A sostegno di qunto sopra porto alla vostra attenzione una delle tante, che non vuole essere campanilismo verso la mia categoria ma che vuole far capire come tra le divise ve ne sia qualcuna che è ancora (ma ha pari obblighi e pari rischi) meno divisa degli altri. In questo caso la nostra che non può di fatto accedere alla banca dati SDI. Chi sa quante volte abbiamo fermato quell'automobilista senza cintura ma che invece aveva un arresto in pendenza!
    P.S. il più forte (inteso come il prepotente/furbetto) vince, quando il sistema è debole.
    Luca, un umile vigile urbano che crede ancora nel mestiere..... nonostante tutto!

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    1. @ Luca: il pesce puzza sempre dalla testa, non c'è niente da fare. Ciò che amareggia è che sono pochissimi gli esempi di persone che alla base predicavano bene e che poi hanno mantenuto la propria coerenza una volta raggiunto l'ambito scranno. Insomma, quasi tutti predicano bene ma poi razzolano male. Malissimo.

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  3. Concordo in "toto" l'articolo, anche perchè lo vivo quotidianamente sulla mia pelle e quella dei miei colleghi, qualunque essa sia, gli ostacoli che dobbiamo superare sono identici(con accesso allo SDI e no). Purtroppo la maggior parte di noi, nonostante tutto, ancora ci crede...e poi ditemi, ma come si fa quando sei di pattuglia e vedi che c'è necessità del tuo intervento...voltarti dall'altra parte...per me impossibile. Lo so che sono un illuso ma probabilmente se ero furbo avrei scelto un'altra professione. Antonio da Firenze

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  4. Caro Fabrizio, in teoria forse molti pensano quello che dici tu, ma poi quando ci troviamo a scegliere agiamo prendendoci tutte le responsabilità del caso, molto probabilmente lo fai anche tu. Vorrei citare due episodi, molto meno gravi di quelli che l'articolo del Presidente descrive, sono capitati a me. Anche io sono un agente di PM, un giorno, mentre ero di pattuglia in moto ed effettuavo un posto di controllo un consigliere comunale si avvicina pretendendo che intervenissimo CONTRO dei ragazzini che a suo parere erano pericolosi e molto fastidiosi e questo perchè esiste una Ord. sidacale contro ogni tipo di schiamazzo molesto, facciamo notare umilmente che non potevamo intervenire alle 17.30 del pomeriggio contro dei ragazzini minorenni perchè la violazione della ordinanza non si concretizzava, come non si concretizzava alcuna violazione di Legge, ma in ogni caso chiedemmo che altri colleghi facessero delle verifiche più approfondite, la cosa fu fatta dopo circa 15 minuti ed anche a loro parere era assolutamente impossibile e fuori ogni logica intervenire. Dopo circa 2 mesi ci troviamo una denuncia per omissione in atti d'ufficio, quale è l'omissione? quella di non avere fatto rispettare una ordinanza sindacale, credo che sarebbe stata giusta una denuncia per abuso se fossimo intervenuti come richiedeva il consigliere infastidito da alcuni ragazzini che non facevano altro che giocare. Spero che la denuncia non venga presa in considerazione perchè fondata su valutazioni molto personali del denunciante e non esistono nella denuncia prodotta fatti valutabili oggettivamente, ma se viene presa in considerazione dobbiamo difenderci a nostre spese........
    Altro esempio riguarda una pronuncia del GDP, dopo avere proceduto a denunciare una persona per guida in stato di ebbrezza (g/l 1,90) e ritirata, poi sospesa da UTG, la patente di guida il legale di parte ricorre al GDP contro il provvedimento di sospensione della PG, il GDP accoglie il ricorso e volete sapere perchè? Perchè quel conducente era solamente ubriaco, ma non aveva provocato danni fisici a nessuno, era semplicemente sbattuto contro un veicolo in sosta. Ora speriamo che il Giudice penale non la pensi come il GDP. E' certo che accadimenti del genere ti portano a pensare seriamente quello che dice fabrizio.
    Arrivederci

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    1. se queste storie avessero la giusta eco, sulla stampa, sarebbe tutto diverso. Invece, purtroppo...

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    2. Caro Collega per primo grazie della risposta, il problema secondo me, non l'ho riportato sopra per mancanza di spazio, è che qui siamo arrivati a un punto che quello fai e qualsiasi cosa fai sbagli e ciò succede ogni giorno...purtroppo non possiamo confidare in nessuno, la politica ci snobba, ormai solo se sei indagato o pregiudicato puoi fare politica, ti accolgono a braccia aperte, per quanto riguarda la società civile bè lasciamo perdere, gente senza morale, perbenista quando gli conviene nonché opportunista e maleducata...inutile perderci tempo secondo me...la stampa poi per carità, i giornalista sono tra le razze peggiori partorite da questa società malata...speriamo bene (questo anche in risposta a Lorenzo nel blog di cui sopra)...Ciao collega...Ciao Lorenzo

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  5. Fabio Giorgini7 giugno 2013 03:40

    Articolo splendido, complimenti Lorenzo.
    In tanti, leggendolo, abbiamo pensato che è vero, è proprio così.
    Ma la maggior parte di noi resiste, nella speranza che prima o poi qualcuno che conta possa considerare noi ed il nostro lavoro con rispetto, senza trattarci come oggetto di giochetti politici.
    E il caso del sindaco di Terni mostrato sanguinante in TV, con immediate scuse annunciate ancor prima di avere visionato un semplice filmato?
    Per fortuna la motivazione riusciamo a trovarla ancora dentro noi stessi.
    Auguriamoci che possa durare.

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    1. Grazie a te, Fabio. Sapere che quando dici "in tanti" ti riferisci ai colleghi del nosto Stefano Biondi, mi riempie il cuore di orgoglio. Grazie!

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  6. La motivazione è legata al senso del dovere, che anima indifferentemente chiunque vesta una divisa cercando di dare alla propria figura senso compiuto. Anche in un periodo di indubbia fragilità come questo. L'articolo di Lorenzo centra il punto della crisi, aprendo finalmente uno spunto di riflessione, ma anche il valore aggiunto di non limitarsi soltanto a questo, ma indica anche una strada, una via d'uscita. Il dialogo tra forze di polizia e magistratura è essenziale, ancor più in un momento come questo. Sono mondi che devono parlarsi. Nessuna forza di polizia, a prescindere dal proprio ordinamento di appartenenza, può sopravvivere a prescindere dai contesti di riferimento, socio-culturale e giudiziario, restando chiusa nel proprio isolamento. Il mestiere di polizia è un mestiere di comunicazione.

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    1. Si, hai ragione. Speriamo che il dialogo cominci e che non sia a senso unico...

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  7. Concordo con l'articolo con tutto l'amaro che rimane-
    E' vero siamo sempre più soli e "usati" a seconda del momento per far leva sull'opinione pubblica.....
    Girarsi dall'altra parte ? No grazie non me la sento!

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La regola è semplice: firmarsi.